Castaway on the Moon, una sorpresa (recensione)

Titolo originale: 김 씨 표류기 /Kimssi Pyorugi (L’isola di Kim)
Anno: 2009
Paese: Corea del Sud
Regia e sceneggiatura: Lee Hae Jun

 

La disoccupazione, un mare di debiti e una fidanzata arrampicatrice sociale che lo lascia all’improvviso hanno spinto il trentenne Kim a uscire di casa un giorno e gettarsi nel fiume Han, che attraversa la città di Seoul.

Non si sa invece cosa sia successo alla sua omonima Kim da spingerla a trascorrere gli ultimi tre anni della sua vita reclusa nella sua stanza, ma probabilmente ha qualcosa a che fare con un’ustione sul viso e con la mania che vorrebbe tutte le ragazze “più”: più magre, più alla moda, più “occidentali” nell’aspetto, più e basta. Oltre a fotografare la luna ogni notte sognando di esserne l’unica abitante, l’adolescente passa la giornata sul social network cyworld, spacciandosi per una persona totalmente diversa, e si riferisce a questa attività come a un vero e proprio lavoro.

Ce ne è abbastanza per una storia drammatica che tratti due dei luoghi comuni che saltano in mente parlando di Giappone e Corea del Sud, ovvero l’hikikomorismo e la incredibile pressione sociale, prima a scuola e poi sul lavoro, riguardo a prestazioni, stile di vita, oggetti materiali da ostentare. E invece viene fuori un film bislacco, divertente e a tratti surreale che parte da queste premesse  per dipanare un vero e proprio inno alla speranza (di cambiare).

Kim (quello suicida) infatti  sopravvive alle acque dell’Han finendo su un’isoletta deserta in mezzo al fiume  dalla quale paradossalmente non riesce a raggiungere la civiltà urbana a pochi km da lui.  Disperato, tenta invano di chiamare soccorsi, ma provvidenzialmente il suo telefonino si scarica. Provvidenzialmente perché la permanenza sull’isola sarà il motore della riscoperta di sé attraverso l’impegno per la sussistenza e la solitudine forzata;  Kim ritroverà il piacere di vivere, pur se con mezzi di fortuna.

Questo “naufragio” sui generis sarà provvidenziale anche per l’autoreclusa Kim, che si renderà conto della presenza dell’uomo durante le sue sessioni notturne di fotografia e, sentendosi affine a lui, ci instaurerà una buffa conversazione mediante messaggi in bottiglia, ai quali “l’alieno” (così viene chiamato dalla ragazza per i suoi bizzarri modi) risponde  scrivendo sulla sabbia.

Partendo dal suo stesso titolo originale si capisce come il terzo protagonista di questo film siano le isole;  che essa sia autoinflitta e semplicemente mentale o che invece sia ben reale e non prevista è un’isola ciò che condiziona la vita dei due protagonisti. Citare Robinson Crusoe sarebbe veramente troppo facile parlando di naufragi, in realtà  viene data molta  enfasi  al lavoro agricolo e campestre del naufrago Kim come momento educativo e di scoperta di sé, tanto che saltano in mente le Georgiche di Virgilio o ancora meglio Walden o della vita nei boschi di Thoreau.

Mentre Kim n° 1 sta trovando sé stesso grazie all’isola, Kim n°2 sta cominciando, seppur  a fatica, a uscire dalla sua.  Spinta dall’urgenza di comunicare con l”alieno”, infatti, esce di casa per la prima volta e arriva a rompere il silenzio con gli altri esseri umani e in particolare con la madre, che quasi si commuove a sentire per la prima volta dopo anni la voce della figlia che le chiede delle piantine di mais da coltivare in camera. Ora che Kim è riuscito a vedere le prime pannocchie di mais spuntare sulla sua isola e  finalmente potrà prepararcisi il suo piatto preferito, anche  la sua silenziosa osservatrice riesce di nuovo a provare speranza e aspettativa, rappresentate dai germogli che crescono nella sua stanza.

via quietlikehorses.com

Tralascio ovviamente l’evoluzione della trama per non spoilerarvi tutto…
Nonostante alcune metafore abbastanza universali, come questa o quella delle carte di credito che trovano una nuova utilità usate per raccogliere del guano ( dai diamanti non nasce niente, dal guano nasce il mais), il film mi ha lasciato un senso di incompletezza e di confusione. Penso che un po’ sia da imputare al fatto che non conosco granché della cultura coreana, e molto sia perché non si parla molto di cosa abbia spinto Kim a autorecludersi. Ma va bene così. Il film non ha nessuna pretesa didascalica: niente tentativi di psicanalisi dei protagonisti, niente voiceover stucchevole come ne “Il magico mondo di Amélie“, un film simile sia per il sapore surrealista,  per il tema delle “due solitudini che si incontrano” e per una certa retorica delle piccole cose, ma che a parer mio è molto meno riuscito e soprattutto insopportabilmente melenso, a differenza di questo.

ODIO DAR VOTI e quindi non valuterò nemmeno questo film. Posso dire però di aver apprezzato molto la colonna sonora, un misto pseudo-balcanico pseudo beatlesiano, ma più di quella mi è piaciuta l’atmosfera sognante-surrealista molto alla Gondry.
Quindi anche se non arriva ai livelli di questo geniale e epocale film, posso dire che Castaway on The Moon è una piccola perla e che  dopo averlo visto su rai quattro devo assolutamente procurarmelo in dvd!! Caldamente consigliato.

__________________________________________
Recensione interessante qui
http://chickenbroccoli.blogspot.it/2013/01/tofu-castaway-on-moon.html
e qui

http://mugunghwadream.wordpress.com/2013/01/09/recensione-castaway-on-the-moon/

e qui! (inglese)
http://www.examiner.com/review/castaway-on-the-moon-leaves-you-floating-the-air

Di' la tua!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...