Un pomeriggio al Guggenheim

Poco prima di Pasqua ho visitato la mostra “Gli anni sessanta nelle collezioni Guggenheim. Oltre l’informale verso la Pop Art”, tenuta allo spazio Arca a Vercelli, la mia città di origine.  M’è piaciuta molto e provo a raccontarvela nonostante  non sia un’esperta di arte contemporanea, quindi spero mi perdonerete eventuali imprecisioni🙂

La mostra, curata da Luca Massimo Barbero, si propone di dare un’idea di quella che era la scena artistica tra Stati Uniti ed Europa occidentale (con un’occhio particolare agli artisti italiani) negli anni sessanta. Mi piace pensare che ci siano tanti italiani perché in effetti all’epoca eravamo artisti molto quotati.

Emilio Scanavino, Geometria malata, 1967

Emilio Scanavino, “Geometria malata”, 1967

La disposizione delle opere nello spazio espositivo segue un andamento cronologico: nella prima sala si hanno opere legate strettamente all’Informale, corrente nata dopo la Seconda Guerra mondiale e tendenza durante tutti gli anni Cinquanta, nella seconda sala campeggiano opere “di transizione”, con lavori afferenti anche al minimalismo e al Color field painting, mentre nella terza e ultima suddivisione trionfa la Pop Art.

Conosciamo tutti quest’ultima, con i suoi colori squillanti, l’ammiccamento ai mondi della pubblicità e del fumetto e il continuo riferimento agli oggetti di consumo, però è stato veramente un piacere scoprire l’informale, che non conoscevo.

Mel Ramos, “Doll”, 1964
via http://blog.unicomitalia.org

L’informale è una corrente che ritiene più importante dell’opera il suo stesso processo di creazione, che rifugge la forma accademica e codificata, (da qui il nome) e che non disdegna di utilizzare materiali di uso comune, come da eredità del surrealismo. In questa corrente confluiscono altre correnti specificamente americane come il cosiddetto Espressionismo astratto e il Color field painting, o squisitamente italiane come la “Pittura nucleare” di Enrico Baj, tutte ben rappresentate nella mostra.
Ci sono le bruciature e le escoriazioni di Burri, i tagli di Fontana, i manifesti strappati di Rotella e gli scarabocchi di Cy Twombly, la sabbia e il legno utilizzati per effetti “materici” di Tàpies e Scanavino. Ci sono anche quadri di Frank Stella e di Kenneth Nolan, che alternano campiture di colore piatto (e che a me personalmente non hanno entusiasmato). Ci sono gli ammassi di targhette Renault sepolte nel plexiglas di Arman, e dopo vedi le tele minimaliste di Castellani che grazie a dei chiodi piantati sotto la superficie sembrano dei bassorilievi.

Arman (Armand Pierre Fernandez), “Accumulation Renault no. 115 , 1967”
via http://images.artnet.com/

Il curatore della mostra vede il 1964 come passaggio di testimone da una tendenza all’altra: con il conferimento del premio della Biennale di Venezia a Robert Rauschenberg l’attenzione si sposta definitivamente sugli Stati Uniti, dove sta nascendo la Pop Art. Oltre alle serigrafie del (per me) strasopravvalutato Warhol e a un impressionante dipinto di Lietchenstein a Vercelli ci sono anche opere meno famose. Ho amato molto un piccolo quadro di Mel Ramos, artista americano che dipinge principalmente a olio nudi di ragazze associati a cibo/sigarette/oggetti di consumo e i piedoni in contesto marino di Tom Wesselman (probabilmente perché le unghie sono impeccabilmente smaltate di rosso… :D) Nella sezione pop appaiono anche i “nostri” Mario Schifano e Michelangelo Pistoletto.

Kenneth Noland, Birth, 1961

Kenneth Noland, “Birth”, 1961 via http://www.guggenheim-venice.it

Se devo dirla tutta, le opere che più mi hanno impressionato però sono solo due: il “Generale” di Enrico Baj e “Green Table” di Allen Jones, artista noto per le sue figure femminili sadomaso e per i continui riferimenti alla furnifilia, forma di feticismo che riguarda persone usate come mobili (avete presente gli arredi che ci sono al Korova Milk Bar in Arancia Meccanica? Ecco). Se capitate alla mostra vi consiglio di guardare bene entrambe perché sono le due opere che più mi hanno emozionato, e io penso sempre che l’arte, per esser tale, dovrebbe provocare emozioni, interesse a anche un pizzico di turbamento nel pubblico.

Spazio espositivo ARCA

 

Nel prezzo del biglietto, oltre a un’audioguida dettagliata per quasi tutte le opere esposte, è compreso un mini tour in pullman che in mezz’ora tocca i monumenti e i punti più belli di Vercelli. Io non l’ho fatto perché conosco già bene questi luoghi, ma se venite da fuori ve lo consiglio caldamente. La mostra è allestita allo spazio Arca, un tempo una chiesa sconsacrata adibita a mercato generale. Dopo la sua chiusura, l’amministrazione comunale ha intelligentemente recuperato i bellissimi dipinti medievali e ha dedicato la navata centrale della chiesa a mostre temporanee in collaborazione con il museo Guggenheim di Venezia.

Io sono molto contenta che una città economicamente depressa già anche prima della crisi come la mia si sia ritagliata questo piccolo spazio dedicato all’arte contemporanea, e con un nome di prestigio come quello dei Guggenheim.  La mostra sta portando un discreto numero di turisti dall’estero che oltre al museo scoprono anche le tantissime bellezze della mia città, purtroppo poco considerate altrimenti. So che purtroppo non rimane ancora molto tempo per visitare la mostra, ma vi invito comunque, se siete in zona o se amate l’arte contemporanea, a fare un salto a Vercelli e alla mostra.

Gli anni sessanta nelle collezioni Guggenheim. Oltre l’informale verso la Pop Art
Presso:  Spazio Arca di Vercelli, Piazza S. Marco 1
Dal al: 9 febbraio al 12 maggio 2013
Orari: Feriali 8-19
Festivi 10-20
Prezzo Intero: 9 E

Per maggiori informazioni, controllate su www.guggenheimvercelli.it

A presto!

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