Recensioni – Filantropica

A fost odată un oraş în care oamenii se împărţeau în prinţi şi cerşetori.
Între aceste două lumi nu existau decât câini vagabonzi.
Ei formau clasa de mijloc
.”

“C’era una volta una città nella quale le persone erano o principi o accattoni.
Tra questi due mondi non esistevano che cani randagi.
Essi costituivano la classe media.”

Incipit di “Filantropica”

Dear english-speaking readers:

This is entry is a critic review of the romanian film Filantropica, by screenwriter and director Nae Caranfil. It’s in italian only, as it’s very lenghty and articulate. I’ll post an english version of it as soon as possible : )

Mara Nicolaescu/Miruna, Gheorghe Dinică/Domnu’ Pepe, Mircea Diaconu/Ovidiu , Viorica Voda/Diana

Qualche giorno fa mi sono imbattuta nel trailer di un film in prossima uscita, “Smetto quando voglio”. Questa la trama: gruppo di geniali laureati e dottori di ricerca ridotti a lavorare in nero per poche lire svolta grazie all’iniziativa di uno di loro, un neurobiologo precario, di creare e smerciare una nuova droga sintetica. Sorvolando sull’imbarazzante intervista al regista (imbarazzante non certo per colpa del giornalista), in effetti il film si basa sul tema dell’onesto insegnante/studioso che, spinto da circostanze disperate, mette a frutto i suoi titoli di studio e le sue competenze per scopi non propriamente nobili; subito penso a Walt White e al suo laboratorio di cristal meth. C’è un altro film poco conosciuto che tratta questo tema, ed è  Filantropica, un film del 2002 del regista rumeno Nae (Nicolae) Caranfil, che racconta in chiave tragicomica le disavventure del professor Ovidiu Gorea sullo sfondo di una edonistica Bucarest ormai non più comunista ma preda del capitalismo selvaggio.

Mircea Diaconu nel ruolo del professor Gorea

"Eravamo una famiglia unita, che viveva un Natale perpetuo"

“Eravamo una famiglia unita, che viveva un Natale perpetuo”

Una Bucarest che sembra divisa tra arricchiti (mafiosi? ex comunisti riciclatisi nel giro di 10 minuti? stranieri in cerca di soldi facili?) e disperati vari, che elemosinano a ogni angolo di strada.  A dispetto di quel che dice la frase introduttiva del film, la classe media però esiste ed è composta da gente come Ovidiu: ultratrentenne, vive ancora coi suoi macchiettistici genitori e insegna in un liceo dove probabilmente il più povero tra i suoi studenti percepisce in paghetta due volte il suo stipendio mensile – esilarante la scena che vede, all’uscita di scuola, gli alunni tornare a casa in bmw e i professori in tram. Ovidiu è anche uno scrittore, ma putroppo il suo libro (“Nessuno muore gratis”) non vende, e il suo nome non è tenuto in considerazione tra i vecchi tromboni della letteratura. E’ proprio cercando di promuovere il suo libro che il professore incappa nella associazione “Filantropica”:

Peccato che Filantropica non sia certo una casa editrice che ha a cuore i talenti incompresi di scrittori squattrinati, bensì una vera e propria agenzia di sfruttamento organizzato dell’accattonaggio, che ricerca il suo talento di scrittore per elaborare scenette farsesche: il signor Pepe, la “mente” dietro Filantropica, infatti, crede fermamente nel detto “Una mano tesa che non racconta una storia non riceve nulla“, e fa in modo che i suoi mendicanti abbiano tutti incredibili storie alle spalle, quando più banalmente soffrono di miseria endemica. Inizialmente Ovidiu si rifiuta di collaborare con Pepe, sdegnato, ma dopo aver incontrato a un ricevimento genitori Diana, la sorella del suo alunno più teppa, decide di accettare l’offerta; Diana è una giovane e bellissima fotomodella, e per questo frequenta la beata gioventù della capitale: come può, lui (che ovviamente se ne è innamorato a prima vista come un piciu) con il suo misero stipendio da professore e la stanzetta a casa dei suoi, fare colpo senza un adeguato conto in banca?

Così insieme a Miruna, segretaria e tuttofare di Filantropica, comincerà a inscenare la farsa di una coppia che va al ristorante per il decimo anniversario di matrimonio e si rende conto di aver speso al di sopra delle proprie possibilità: taac, ed ecco che tutti gli arricchiti e ras del quartiere che si trovano nel locale fanno a gara a saldare il conto con il doppio intento di farsi vedere come dei benefattori e allo stesso tempo dei ricconi. Ovviamente si tratta di truffe in combutta coi camerieri, e tale “attività” (chiamiamola così) permette a Ovidiu di svoltare: si noleggia una decappottabile, comincia ad andare in giro con il chiodo e aria da macho, si fa passare agli occhi di Diana e dei suoi amici come uno scrittore di successo che fa il professore per puro hobby. Purtroppo però il gioco mostrerà presto la corda e si produrrà una cascata di equivoci/casini/contrattempi che porterà a un finale inaspettato che ovviamente non vi svelo perché sennò non ha senso.

Piccolo gioiello della cinematografia rumena, ingiustamente snobbato rispetto a film di registi che magari han vinto una Palma d’oro (vedi Mungiu), questo è già il terzo film scritto e diretto da Caranfil, figlio del più famoso critico cinematografico Tudor. Posso dire a buon diritto che è tra i miei registi preferiti; in tutti i suoi film io ho trovato inquadrature curate, dialoghi memorabili, soprattutto un’alchimia perfetta tra i diversi caratteri e tipi umani dei suoi personaggi. Ovviamente merito anche degli attori scelti, tutti bravissimi come Gheorghe Dinica, l’attore che interpreta il signor Pepe. Ed è incredibile, perché questo ex poeta e idealista, disilluso dopo cinque anni di prigionia politica in gioventù, normalmente dovrebbe essere visto come uno stronzo, insomma lui sfrutta disabili e bambini per mendicare!

“Una mano tesa che non racconta una storia non riceve nulla… Sii un professionista, che diamine!” -“E con il conto in banca che ti ritrovi ti concedi pure il lusso di aver una dignità?”

“Esistono solo tre mestieri al mondo: ricchezza, povertà, e.. sesso”

Eppure la statura dell’attore unita a una  scrittura a tutto tondo lo rendono un personaggio quasi paterno, che osserva divertito le vicissitudini dei suoi protetti e interviene quasi fosse un deus ex machina nei momenti di difficoltà che Ovidiu vive con Diana. Quest’ultima indubbiamente un personaggio menoso, superficiale, tutto apparenza, ma che costituisce il movente della storia; e ora che ci penso in tutti gli altri film del regista c’è sempre una Diana in agguato. Oltre a una “Diana”, nei film di Caranfil non manca mai un umorismo acuto ma mai cinico o nero su molte storture e paradossi della società rumena, passata da una cultura oppressiva che stronca sia il libero pensiero che il sesso (Les dimanches de Permission – E’ Pericoloso Sporgersi),  a una cultura materialistica, superficiale, votata solo al guadagno rapido e alla truffa senza rispetto né per i sentimenti né per la cultura (Filantropică, Asfalt Tango).

Filantropica è un film pieno di situazioni esilaranti senza essere banali (lasciamo ai cinepanettoni gli espedienti di puzzette, oggetti vari in orifizi vari, maggiorate sotto la doccia e battute antiche sui gay), ed è un vero peccato non averle trovate tutte sul tubo. Un tempo si trovava il film sottotitolato in inglese, ma ora è stato rimosso, quindi se la mia recensione vi ha incuriosito e ve la cavate qui trovate il primo spezzone di una serie di otto sottotitolato in spagnolo 😉

Ciao, chiudo questa rara parentesi filmica nel mare dei trucchi e paciugopedie sperando di poterla riaprire presto 😉

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Davvero – il primo spaghetti shojo manga? (Recensione)

Qualche tempo fa sono incappata, tramite un post del buon Leo Ortolani (autore che ho amato per Rat-Man e soprattutto per Venerdì 12, ma questa è un’altra storia! ;)), in questo fumetto qua:

Davvero.

Il fatto che Leo abbia definito la diciannovenne protagonista come una “cretina” mi ha intrigato molto e ho deciso di leggermi il fumetto, invogliata anche dal fatto che fosse gratuito e facilmente reperibile via web. Beh non l’avessi mai fatto: ho letteralmente divorato le 70 puntate che la ideatrice, Paola Barbato, ha deciso di pubblicare in rete come pilota.

Nasce tutto da un bivio. La protagonista Martina potrà cambiare atteggiamento conformandosi alle aspettative del padre, o accettare da lui 20.000 euro e andarsene via di casa per diventare finalmente adulta. Il padre di Martina la intende come provocazione per una figlia abulica, ma la protagonista lo prende in parola e così, spinta dal fatto che nessuno dei suoi amici o familiari sembra credere che lei possa sopravvivere da sola nel vasto mondo, decide di stare via di casa per un anno e spostarsi dalla natìa Brescia a Milano. A Milano troverà riparo in un appartamento sgarrupato insieme a sette coetanei; ovviamente la convivenza non sarà delle più semplici, ma questo contribuirà alla crescita della protagonista.

Diciamocelo: l’offerta editoriale fumettistica nel nostro paese straripa di storie simili, solo ambientate a Tokio invece che nella ben più prosaica Brianza, e forse la frangia più giappofissata del pubblico vede nelle ciotole di ramen, nelle uniformi alla marinaretta e nei capelli dai colori inverosimili un valore aggiunto. Questo o non si capisce come mai buona parte degli editori inizialmente non abbia accolto la proposta di Paola Barbato (nota per essere uno degli sceneggiatori di Dylan Dog) di un fumetto shojo dove i riferimenti culturali e le dinamiche familiari e sociali sono quelle della Penisola.
L’ideatrice ha allora riunito un gruppo di giovani disegnatori emergenti, che, credendo in qualcosa di inizialmente non retribuito han dato vita al fumetto sul web, il luogo per eccellenza dell’autopromozione. “Davvero” s’è così concretizzato davvero (il titolo non è casuale) ed è riuscito a guadagnarsi una piccola cerchia di fan che han confermato la bontà e la validità del progetto, permettendone il passaggio dal web al cartaceo insieme a quelli di Star Comics.

martina

Il fumetto è appassionante non solo per i cliffhanger (leggi: “come andrà a finire?”) sapientemente dosati, ma anche perché è una bellissima storia di formazione. Ho cominciato a conoscere Martina come una ragazza vacua, viziata e soprattutto egoista (anche se devo dire che questo aspetto della sua personalità è più evidente nel fumetto online che nel cartaceo), e francamente ho pensato ” ma che faccia di tolla!”. Man mano che la narrazione si dipana, però, capiamo che Martina non è una stronza, è semplicemente una “absolute beginner”, ha voglia di costruire qualcosa, anche se non sa bene cosa e come. Non lo sa semplicemente perché nessuno l’ha mai lasciata uscire dai binari prestabiliti delle solite 2-3 amiche di sempre, del corso di danza, dell’appuntamento fisso dall’estetista e dal parrucchiere, cose che lei ha accettato supinamente perché incapace di vedere un’alternativa.

martina-2

Nella storia incontriamo la famiglia benestante e inconsapevolmente oppressiva, gli universitari fuori sede stipati in appartamenti trascurati, le coppie di fidanzati che si trascinano per anni con prospettive alla mulino bianco, il sogno di una vita migliore attraverso lo spettacolo, le dinamiche della borghesia-bene di molte città di provincia: elementi ricorrenti (e forse anche un po’ abusati) nella cinematografia e nella narrativa italiane. E poi la protagonista, come ha fatto notare varie volte la sua creatrice, è una semplice ragazza, con il suo naso un po’adunco e gli orizzonti culturali limitati, non certo una popputissima, occhiuta liceale giapponese dai poteri o talenti particolari.

Sarebbe però da ciechi non vedere il tributo che “Davvero” deve a una grande storia shojo, “Nana” di Ai Yazawa. Come Hachi (Nana Komatsu) Martina ha diciannove anni, capelli chiari e una bella dose di ingenuità e frivolezza quando arriva nella grande città. Lì conosce la disincantata e vissuta coinquilina Selene/Nana Osaki, che la prenderà protettivamente sotto la sua ala nel viaggio verso la vita adulta. Il rapporto simbiotico e un po’ tormentato tra Martina e Selene non è l’unico elemento somigliante, nel corso della storia infatti verranno presentate altre situazioni che contribuiranno, in alcune pagine, a dare l’idea di star leggendo un “Nana” al ragù.

nana e davvero

La cosa che più mi è piaciuta, nella versione online di Davvero, è l’alternarsi di stili diversissimi anche all’interno della stessa puntata, con l’intento di appaiare la cifra stilistica di ogni disegnatore al “mood” della storia. Un altro aspetto interessante è il rendiconto spese di Martina a scalare dei 20’000 euro iniziali, quasi a costituire un riassunto del singolo episodio. Questi elementi sono spariti nella versione cartacea, e lo stile del tratto s’è fatto più standard e “bonelliano”, ma d’altra parte la sceneggiatura è stata riscritta ed arricchita tenendo conto anche della risposta del pubblico al pilota e della reale collocazione temporale delle uscite in edicola.

Oltre alla fanpage del fumetto, su facebook sono attivi anche i profili dei personaggi più importanti della serie, con riferimenti velati alla storia. Non so se nell’intenzione degli autori c’è l’utilizzo di facebook come elemento narrativo ulteriore/fonte di feedback e ispirazione da parte dei fan, ma sicuramente sarà qualcosa di interessante se sviluppato.

Mi piace lo spirito di rottura del progetto e non vedo l’ora che la serie continui oltre gli eventi del pilota, perché le vicende di Martina mi han veramente catturato.

“Davvero”

Sceneggiatura e ideazione: Paola Barbato, Matteo Bussola
Cadenza: bimestrale
Casa Editrice: Star Comics
Lo trovi in: Edicola, fumetteria, online sul sito http://www.davvero.org
Prezzo: 2.90 E

Tutte le immagini del presente post sono state tratte dal fumetto online “Davvero”, ad eccezione dell’ultima immagine, parzialmente tratta da “Nana”. Tutti i diritti riservati.

Guggenheim exibition in Vercelli. The Sixties, between Informal and Pop Art

Some days to Easter, I made a good use of the lots of spare time I had and I visited an exhibition held in Vercelli, my hometown. The exibition was “Guggenheim collections through the sixties. Pop Art  through Informal Art”. I liked a lot the overall experience so I’ll try to share it with you, even though I’m not an expert in the field. I hope you’ll condone my possible mistakes. 🙂

The exhibition (whose curator is Luca Massimo Barbero), aims to show us a snapshot of the art scene in the sixties through the pieces of American and Western European artists. I noticed that they showcased quite a number of Italian artists, and I like to think they did also because at that time we were well-known and ground-breaking in arts.

Emilio Scanavino, Geometria malata, 1967

Emilio Scanavino, “Geometria malata”, 1967

Even I didn’t notice it at first, the display of the works follows a timeline. In the first section you can find pieces of art related to  the Informal style, which rose in the early Fifties with Jackson Pollock, and stayed strong for the whole decade. In the second part some transition is perceived, and you can find also minimal elements along with Color field paintings. The third and last section is just concerning  Pop Art, the prominent current during the second half of the Sixties.

Everybody (or at least, a lot of people) has associations to Pop Art: flashy colors, massive usage of the codes of advertising and comic strips, high seriality, Andy Warhol… so, I was positively impressed by the discover of the Informal art movement, which I wasn’t aware of so far.

Mel Ramos, “Doll”, 1964
via http://blog.unicomitalia.org

Informal artists put special attention in the process of creation rather than in their finished work. They are also rooted in Dada and Surrealism since they turn down academism and rules in favor of umpromptedness and everyday materials (and sometimes irony too).

The exibition shows the full range of currents that spawned from Informal Art: from the american-originated Color Field Painting and Abstract Expressionism to the italian “Nuclear Painting”, started by Enrico Baj.
You will see ripped bills (Fontana), scarred, burnt cellophane (Burri), and cuts in the canvas (Fontana). Some use sand, wood and other materials to achieve 3d effects (Tàpies, Scanavino), while Frank Stella and Kenneth Nolan work with repeated field of solid, vibrant colors (I must admit I wasn’t impressed).  You will find a whole lot of Renault nameplates freezed in perspex by Arman along with an enigmatic white canvas by Castellani which looks more like a bas relief thanks to rows of nails beneath the surface.

Arman (Armand Pierre Fernandez), “Accumulation Renault no. 115” , 1967
via http://images.artnet.com/

The curator has pinpointed 1964 as the turning point; it’s the year when Pop Art started to burst. In that year Robert Rauschenberg was awarded with the Venice Biennale prize and the main focus shifted from Europe to the U.S.
I think that Andy Warhol is highly overrated so I didn’t inspect furter his Flowers series of printings.  I particularly enjoyed Mel Ramos small oil painting Doll (Mel Ramos is an american painter focused on naked pin-ups and the depiction of junk food), and the huge beach feet by Tom Wesselman, though I think this must be because of the flawlessly painted toes 😉

Kenneth Noland, Birth, 1961

Kenneth Noland, “Birth”, 1961 via http://www.guggenheim-venice.it

To be honest, I enjoyed the exhibition but only two items stroke me deeply. The first is Enrico Baj’s “General“, which is surprisingly scary despite the usual irony of the artist, the second is “Green Table” by Allen Jones. He’s an english sculptor who is well known for his S&M influences and a whole series of furniphiliac pieces (furniphilia is a fetish involving  sex partners disguised as furniture, think “Korova Milk Bar” for instance). If you decide to come and visit, take your time to fully observe them both. I’m convinced true art must be striking and perturbing as these two oeuvres are!

Spazio espositivo ARCA

The ticket is all-inclusive of an audio guide for nearly every artwork and a half-hour tour on car of Vercelli’s landmarks and best spots. I didn’t profit of it since I’ve been living there since I was a baby and I quite know them already, but I recommend it to you, especially if you’re coming from abroad. The exhibit is held in Spazio Arca, a former marketplace which was previously also a church. The market was shat down in the early 00’s and the city council had the clever idea of converting it in a museum, restoring the beautiful medieval frescoes and setting up the central aisle for temporary exhibitions featuring items  from the Guggenheim Museum in Venice.

Vercelli has been very weak and disadvantaged, even before the subprime bubble burst, so I’m really happy we managed to host such important exhibitions as the ones we held since 2007 with the help of the Guggenheim foundation. The tourist flowing here have also the chance to discover the neglected beauties of a small, unknown provincial town. The exibition will close on mid May, but if you are near the area or contemporary art is your thing, why don’t you come and visit it?

Gli anni sessanta nelle collezioni Guggenheim. Oltre l’informale verso la Pop Art

At:  Spazio Arca di Vercelli, Piazza S. Marco 1
Timespan: 9 febbraio al 12 maggio 2013
Opening times: Mon-Fri 8-19
Sat-sun, Holidays 10-20
Full-price admittance: 9 E

You will find more info at www.guggenheimvercelli.it

Until next time!

Un pomeriggio al Guggenheim

Poco prima di Pasqua ho visitato la mostra “Gli anni sessanta nelle collezioni Guggenheim. Oltre l’informale verso la Pop Art”, tenuta allo spazio Arca a Vercelli, la mia città di origine.  M’è piaciuta molto e provo a raccontarvela nonostante  non sia un’esperta di arte contemporanea, quindi spero mi perdonerete eventuali imprecisioni 🙂

La mostra, curata da Luca Massimo Barbero, si propone di dare un’idea di quella che era la scena artistica tra Stati Uniti ed Europa occidentale (con un’occhio particolare agli artisti italiani) negli anni sessanta. Mi piace pensare che ci siano tanti italiani perché in effetti all’epoca eravamo artisti molto quotati.

Emilio Scanavino, Geometria malata, 1967

Emilio Scanavino, “Geometria malata”, 1967

La disposizione delle opere nello spazio espositivo segue un andamento cronologico: nella prima sala si hanno opere legate strettamente all’Informale, corrente nata dopo la Seconda Guerra mondiale e tendenza durante tutti gli anni Cinquanta, nella seconda sala campeggiano opere “di transizione”, con lavori afferenti anche al minimalismo e al Color field painting, mentre nella terza e ultima suddivisione trionfa la Pop Art.

Conosciamo tutti quest’ultima, con i suoi colori squillanti, l’ammiccamento ai mondi della pubblicità e del fumetto e il continuo riferimento agli oggetti di consumo, però è stato veramente un piacere scoprire l’informale, che non conoscevo.

Mel Ramos, “Doll”, 1964
via http://blog.unicomitalia.org

L’informale è una corrente che ritiene più importante dell’opera il suo stesso processo di creazione, che rifugge la forma accademica e codificata, (da qui il nome) e che non disdegna di utilizzare materiali di uso comune, come da eredità del surrealismo. In questa corrente confluiscono altre correnti specificamente americane come il cosiddetto Espressionismo astratto e il Color field painting, o squisitamente italiane come la “Pittura nucleare” di Enrico Baj, tutte ben rappresentate nella mostra.
Ci sono le bruciature e le escoriazioni di Burri, i tagli di Fontana, i manifesti strappati di Rotella e gli scarabocchi di Cy Twombly, la sabbia e il legno utilizzati per effetti “materici” di Tàpies e Scanavino. Ci sono anche quadri di Frank Stella e di Kenneth Nolan, che alternano campiture di colore piatto (e che a me personalmente non hanno entusiasmato). Ci sono gli ammassi di targhette Renault sepolte nel plexiglas di Arman, e dopo vedi le tele minimaliste di Castellani che grazie a dei chiodi piantati sotto la superficie sembrano dei bassorilievi.

Arman (Armand Pierre Fernandez), “Accumulation Renault no. 115 , 1967”
via http://images.artnet.com/

Il curatore della mostra vede il 1964 come passaggio di testimone da una tendenza all’altra: con il conferimento del premio della Biennale di Venezia a Robert Rauschenberg l’attenzione si sposta definitivamente sugli Stati Uniti, dove sta nascendo la Pop Art. Oltre alle serigrafie del (per me) strasopravvalutato Warhol e a un impressionante dipinto di Lietchenstein a Vercelli ci sono anche opere meno famose. Ho amato molto un piccolo quadro di Mel Ramos, artista americano che dipinge principalmente a olio nudi di ragazze associati a cibo/sigarette/oggetti di consumo e i piedoni in contesto marino di Tom Wesselman (probabilmente perché le unghie sono impeccabilmente smaltate di rosso… :D) Nella sezione pop appaiono anche i “nostri” Mario Schifano e Michelangelo Pistoletto.

Kenneth Noland, Birth, 1961

Kenneth Noland, “Birth”, 1961 via http://www.guggenheim-venice.it

Se devo dirla tutta, le opere che più mi hanno impressionato però sono solo due: il “Generale” di Enrico Baj e “Green Table” di Allen Jones, artista noto per le sue figure femminili sadomaso e per i continui riferimenti alla furnifilia, forma di feticismo che riguarda persone usate come mobili (avete presente gli arredi che ci sono al Korova Milk Bar in Arancia Meccanica? Ecco). Se capitate alla mostra vi consiglio di guardare bene entrambe perché sono le due opere che più mi hanno emozionato, e io penso sempre che l’arte, per esser tale, dovrebbe provocare emozioni, interesse a anche un pizzico di turbamento nel pubblico.

Spazio espositivo ARCA

 

Nel prezzo del biglietto, oltre a un’audioguida dettagliata per quasi tutte le opere esposte, è compreso un mini tour in pullman che in mezz’ora tocca i monumenti e i punti più belli di Vercelli. Io non l’ho fatto perché conosco già bene questi luoghi, ma se venite da fuori ve lo consiglio caldamente. La mostra è allestita allo spazio Arca, un tempo una chiesa sconsacrata adibita a mercato generale. Dopo la sua chiusura, l’amministrazione comunale ha intelligentemente recuperato i bellissimi dipinti medievali e ha dedicato la navata centrale della chiesa a mostre temporanee in collaborazione con il museo Guggenheim di Venezia.

Io sono molto contenta che una città economicamente depressa già anche prima della crisi come la mia si sia ritagliata questo piccolo spazio dedicato all’arte contemporanea, e con un nome di prestigio come quello dei Guggenheim.  La mostra sta portando un discreto numero di turisti dall’estero che oltre al museo scoprono anche le tantissime bellezze della mia città, purtroppo poco considerate altrimenti. So che purtroppo non rimane ancora molto tempo per visitare la mostra, ma vi invito comunque, se siete in zona o se amate l’arte contemporanea, a fare un salto a Vercelli e alla mostra.

Gli anni sessanta nelle collezioni Guggenheim. Oltre l’informale verso la Pop Art
Presso:  Spazio Arca di Vercelli, Piazza S. Marco 1
Dal al: 9 febbraio al 12 maggio 2013
Orari: Feriali 8-19
Festivi 10-20
Prezzo Intero: 9 E

Per maggiori informazioni, controllate su www.guggenheimvercelli.it

A presto!

Castaway on the Moon, una sorpresa (recensione)

Titolo originale: 김 씨 표류기 /Kimssi Pyorugi (L’isola di Kim)
Anno: 2009
Paese: Corea del Sud
Regia e sceneggiatura: Lee Hae Jun

 

La disoccupazione, un mare di debiti e una fidanzata arrampicatrice sociale che lo lascia all’improvviso hanno spinto il trentenne Kim a uscire di casa un giorno e gettarsi nel fiume Han, che attraversa la città di Seoul.

Non si sa invece cosa sia successo alla sua omonima Kim da spingerla a trascorrere gli ultimi tre anni della sua vita reclusa nella sua stanza, ma probabilmente ha qualcosa a che fare con un’ustione sul viso e con la mania che vorrebbe tutte le ragazze “più”: più magre, più alla moda, più “occidentali” nell’aspetto, più e basta. Oltre a fotografare la luna ogni notte sognando di esserne l’unica abitante, l’adolescente passa la giornata sul social network cyworld, spacciandosi per una persona totalmente diversa, e si riferisce a questa attività come a un vero e proprio lavoro.

Ce ne è abbastanza per una storia drammatica che tratti due dei luoghi comuni che saltano in mente parlando di Giappone e Corea del Sud, ovvero l’hikikomorismo e la incredibile pressione sociale, prima a scuola e poi sul lavoro, riguardo a prestazioni, stile di vita, oggetti materiali da ostentare. E invece viene fuori un film bislacco, divertente e a tratti surreale che parte da queste premesse  per dipanare un vero e proprio inno alla speranza (di cambiare).

Kim (quello suicida) infatti  sopravvive alle acque dell’Han finendo su un’isoletta deserta in mezzo al fiume  dalla quale paradossalmente non riesce a raggiungere la civiltà urbana a pochi km da lui.  Disperato, tenta invano di chiamare soccorsi, ma provvidenzialmente il suo telefonino si scarica. Provvidenzialmente perché la permanenza sull’isola sarà il motore della riscoperta di sé attraverso l’impegno per la sussistenza e la solitudine forzata;  Kim ritroverà il piacere di vivere, pur se con mezzi di fortuna.

Questo “naufragio” sui generis sarà provvidenziale anche per l’autoreclusa Kim, che si renderà conto della presenza dell’uomo durante le sue sessioni notturne di fotografia e, sentendosi affine a lui, ci instaurerà una buffa conversazione mediante messaggi in bottiglia, ai quali “l’alieno” (così viene chiamato dalla ragazza per i suoi bizzarri modi) risponde  scrivendo sulla sabbia.

Partendo dal suo stesso titolo originale si capisce come il terzo protagonista di questo film siano le isole;  che essa sia autoinflitta e semplicemente mentale o che invece sia ben reale e non prevista è un’isola ciò che condiziona la vita dei due protagonisti. Citare Robinson Crusoe sarebbe veramente troppo facile parlando di naufragi, in realtà  viene data molta  enfasi  al lavoro agricolo e campestre del naufrago Kim come momento educativo e di scoperta di sé, tanto che saltano in mente le Georgiche di Virgilio o ancora meglio Walden o della vita nei boschi di Thoreau.

Mentre Kim n° 1 sta trovando sé stesso grazie all’isola, Kim n°2 sta cominciando, seppur  a fatica, a uscire dalla sua.  Spinta dall’urgenza di comunicare con l”alieno”, infatti, esce di casa per la prima volta e arriva a rompere il silenzio con gli altri esseri umani e in particolare con la madre, che quasi si commuove a sentire per la prima volta dopo anni la voce della figlia che le chiede delle piantine di mais da coltivare in camera. Ora che Kim è riuscito a vedere le prime pannocchie di mais spuntare sulla sua isola e  finalmente potrà prepararcisi il suo piatto preferito, anche  la sua silenziosa osservatrice riesce di nuovo a provare speranza e aspettativa, rappresentate dai germogli che crescono nella sua stanza.

via quietlikehorses.com

Tralascio ovviamente l’evoluzione della trama per non spoilerarvi tutto…
Nonostante alcune metafore abbastanza universali, come questa o quella delle carte di credito che trovano una nuova utilità usate per raccogliere del guano ( dai diamanti non nasce niente, dal guano nasce il mais), il film mi ha lasciato un senso di incompletezza e di confusione. Penso che un po’ sia da imputare al fatto che non conosco granché della cultura coreana, e molto sia perché non si parla molto di cosa abbia spinto Kim a autorecludersi. Ma va bene così. Il film non ha nessuna pretesa didascalica: niente tentativi di psicanalisi dei protagonisti, niente voiceover stucchevole come ne “Il magico mondo di Amélie“, un film simile sia per il sapore surrealista,  per il tema delle “due solitudini che si incontrano” e per una certa retorica delle piccole cose, ma che a parer mio è molto meno riuscito e soprattutto insopportabilmente melenso, a differenza di questo.

ODIO DAR VOTI e quindi non valuterò nemmeno questo film. Posso dire però di aver apprezzato molto la colonna sonora, un misto pseudo-balcanico pseudo beatlesiano, ma più di quella mi è piaciuta l’atmosfera sognante-surrealista molto alla Gondry.
Quindi anche se non arriva ai livelli di questo geniale e epocale film, posso dire che Castaway on The Moon è una piccola perla e che  dopo averlo visto su rai quattro devo assolutamente procurarmelo in dvd!! Caldamente consigliato.

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Recensione interessante qui
http://chickenbroccoli.blogspot.it/2013/01/tofu-castaway-on-moon.html
e qui

http://mugunghwadream.wordpress.com/2013/01/09/recensione-castaway-on-the-moon/

e qui! (inglese)
http://www.examiner.com/review/castaway-on-the-moon-leaves-you-floating-the-air